Il progetto

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“Così ho raccolto 11 storie, 20 ritratti in cui ho eliminato qualsiasi filtro. Non ho voluto drammatizzare nulla, ho scelto di mostrarvi queste persone esattamente come sono. Fotografie a colori, perché anche il bianco e nero sarebbe stato un tentativo di rafforzare un concetto che non ha bisogno di insistere. C’è scritto tutto su quegli sguardi e io non vedo l’ora che possiate leggerli.”

Perché fotografare i familiari delle vittime di abusi delle Forze dell’Ordine?

Il giorno in cui uscì il documentario di Filippo Vendemmiati È stato morto un ragazzo, corsi a comprarlo: seguivo da anni la vicenda ma volevo assolutamente saperne di più. Quando ne seppi di più, non mi bastò.
Decisi di leggere Volevo dirti che non eri solo, il libro che Ilaria Cucchi scrisse per raccontare la storia di suo fratello Stefano.
Lo lessi con avidità. Volevo sapere, non riuscivo a capacitarmi di come fosse possibile che in uno Stato civile quale dovrebbe essere l’Italia accadessero tragedie simili. Rimasi ancora più scossa e coinvolta.
Il pensiero di Federico e di Stefano non mi abbandonò nei giorni seguenti, anzi le domande aumentarono e cominciai a sentire l’esigenza di rendermi utile.
Pensai che indignarmi non sarebbe stato abbastanza. Capii che l’unica cosa utile che potevo fare era tentare di mettere a disposizione di queste famiglie ciò che sapevo fare meglio, come d’altronde aveva fatto Filippo Vendemmiati.
Corsi a casa, cercai il suo contatto su internet e lo trovai. Gli scrissi, nella peggiore delle ipotesi non mi avrebbe risposto.
Chiesi la sua opinione riguardo all’idea che avevo avuto: volevo fotografare tutti i familiari delle vittime di abusi delle Forze dell’Ordine. Avevo capito che il mio coinvolgimento era diventato inarrestabile dal momento in cui avevo visto Patrizia Moretti nel film su suo figlio Federico. Pensai quindi che se tutti avessero avuto la possibilità di guardare negli occhi i familiari delle vittime, avrebbero potuto avere la mia stessa reazione emotiva: quella di far diventare, dentro di sé, il nome Aldrovandi non un caso giudiziario ma una storia di cui voler sapere tutto. Una storia per cui lottare.
La sorpresa fu enorme. Vendemmiati mi rispose subito, mi disse che il mio progetto gli sembrava delicato e non invadente, e che ci saremmo potuti incontrare presto ad una imminente proiezione del suo film a Vicenza.
Incotrai Filippo, sua moglie Donata Zanotti (co-sceneggiatrice del film su Federico), il direttore della fotografia Marino Cancellari e Lino Aldrovandi (papà di Federico). Passai la serata con loro, la sintonia fu stupefacente, il giorno dopo ripensandoci mi resi conto che il motivo era semplice: avevo trovato delle persone che parlavano la mia stessa lingua.
Da quella sera tutto iniziò.
In breve tempo conobbi Patrizia Moretti, Lucia Uva e Ilaria Cucchi.
Mi documentai, lessi Malapolizia di Adriano Chiarelli e Quando hanno aperto la cella di Luigi Manconi. Ricordo ancora il giorno esatto in cui lessi in quel libro la storia di Francesco Mastrogiovanni. Chiusi il libro quasi impaurita, come fosse un libro dell’orrore, e in fondo lo era. Mi sedetti, mi sentii troppo piccola per questo progetto. Pensai per un attimo di mollare. Poi salì la rabbia e la convinzione fu più forte di prima.
Continuai per sei mesi a leggere qualsiasi libro trovassi sull’argomento, lo sconforto aumentava nel momento esatto in cui aprendo l’indice scoprivo che c’erano altre storie che non conoscevo. Non avrei mai pensato potessero essere così tanti.
Capii che il mio stipendio non mi avrebbe consentito di raccontare tutte le storie, decisi di farlo comunque, di arrivare fino a dove avrei potuto e a quel punto di smettere.
Così iniziò un anno e mezzo di telefonate, incontri, viaggi, processi, dibattiti, fotografie, un percorso lungo e importante di cui questa mostra è il risultato.